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LICENZIAMENTO:

ma quanto mi costi?

30 novembre 2018
  • Contributo di finanziamento disoccupazione (c.d. “ticket NASPI”): è un contributo da versare a INPS a carico dei datori di lavoro introdotto dalla c.d. Riforma Fornero (legge 92/2012). In estrema sintesi, è dovuto in tutti i casi in cui c’è un’interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ad eccezione delle dimissioni non per giusta causa o per risoluzione consensuale. Per il 2018, il contributo è pari ad euro 41,28 per ogni mensilità di anzianità aziendale del lavoratore fino ad un massimo di 36 mesi (ovvero euro 1.486,02).
  • Indennità sostitutiva del preavviso: nel caso si voglia procedere ad un licenziamento non per giusta causa, ai sensi dell’art. 2118 c.c., il lavoratore ha diritto ad esserne preavvisato per iscritto. Di norma, i Contratti Collettivi quantificano, in base a livello ed anzianità, in quanti giorni consista il citato preavviso. Nel caso in cui il datore di lavoro non possa o non voglia preavvisare il lavoratore entro i termini, dovrà versare un indennità pari alla retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito durante il periodo di preavviso mancato. 
  • Spettanze di fine rapporto: con la cessazione del rapporto di lavoro (a prescindere dalla causa) al lavoratore spetta il TFR maturato, la monetizzazione delle ferie e dei permessi non goduti nonché i ratei maturati di mensilità aggiuntive quali 13 ma e (ove prevista) 14ma. 
  • Mentre quanto sopra è dovuto a prescindere dalla giustificatezza del licenziamento, il datore di lavoro può trovarsi gravato di un ulteriore costo nel caso in il giudice ritenga illegittimo il licenziamento. Il datore di lavoro, infatti, può procedere a risolvere il rapporto di lavoro solo in caso di gravi inadempimenti del lavoratore (giusta causa) ovvero per importante contrazione del fabbisogno di forza lavoro (crisi aziendale o riorganizzazione). Nel caso in cui non sussista una delle due cause ovvero sussista ma solo in forma blanda, tale da non giustificare il recesso, il licenziamento è da ritenersi illegittimo
  • E cosa succede? Il datore di lavoro potrà essere condannato, in base alla gravità del comportamento, alla dimensione aziendale e dall’applicazione o meno del Jobs Act, alla reintegra ovvero al risarcimento del danno cagionato. 
  • Attenzione: in caso di licenziamento nullo (perché discriminatorio oppure perché comminato in costanza di matrimonio o in violazione delle tutele previste in materia di maternità o paternità) o inefficace (perché intimato in forma orale) a tutti i lavoratori è riconosciuto il diritto a essere reintegrati nel posto di lavoro e a vedersi corrisposta un’indennità risarcitoria pari alla retribuzione maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione (cd. tutela reintegratoria piena). 

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